Una nuova ricerca dimostra che i cani possono riconoscere la funzione degli oggetti, come i giocattoli, senza bisogno di addestramento. Ecco cosa rivela lo studio.

1 Ottobre 2025 di Letizia

Un’importante scoperta nel campo del comportamento animale suggerisce che i cani sono capaci di raggruppare gli oggetti non soltanto per come appaiono, ma anche per la funzione che svolgono. Questo indica che la loro comprensione delle parole potrebbe essere più complessa e flessibile di quanto si pensasse finora.

Sin dall’infanzia, gli esseri umani imparano a collegare parole e oggetti in base al loro uso: ad esempio, associamo forchette e ciotole perché entrambi servono per mangiare. Un recente studio pubblicato il 18 settembre sulla rivista Current Biology da un gruppo di esperti di comportamento animale ha dimostrato che anche i cani possono raggruppare gli oggetti in base alla loro funzione.

Nel corso di una serie di giochi con i loro proprietari, un gruppo di cani definiti “Gifted Word Learners” (GWL), ovvero “apprendisti dotati di parola”, ha mostrato di saper distinguere tra giocattoli usati per tirare e altri usati per prendere al volo, anche se i giocattoli in questione erano molto diversi tra loro nell’aspetto. Ancora più sorprendente, questi cani sono riusciti a ricordare queste categorie per lunghi periodi senza alcun addestramento specifico.

Come i cani associano le parole alla funzione degli oggetti

«Abbiamo scoperto che questi cani GWL riescono ad estendere le etichette a oggetti che svolgono la stessa funzione o che si usano nello stesso modo», spiega Claudia Fugazza, autrice dello studio e ricercatrice presso l’Università Eötvös Loránd di Budapest.

«È come se una persona chiamasse con lo stesso nome sia un martello tradizionale sia una pietra. Il martello e la pietra sono diversi nell’aspetto, ma possono essere usati per la stessa funzione. Ora scopriamo che anche i cani possono fare lo stesso».

La ricerca è stata condotta nell’ambiente domestico naturale dei cani, in presenza dei loro proprietari. Inizialmente, gli animali hanno avuto modo di associare due etichette verbali ai gruppi funzionali di giocattoli: “tirare” e “prendere al volo”. I proprietari usavano queste parole durante il gioco con i rispettivi giocattoli, nonostante i giocattoli fossero molto diversi tra loro.

Successivamente, i cani sono stati messi alla prova con nuovi giocattoli appartenenti alle due categorie, senza che i proprietari usassero le parole “tirare” o “prendere al volo”. La sorpresa è stata che i cani hanno saputo associare correttamente l’etichetta funzionale ai nuovi giocattoli, scegliendo quello giusto per ciascun tipo di gioco.

Cosa ci insegna questo sulle capacità cognitive dei cani

«Per questi nuovi giocattoli, i cani non avevano mai sentito il nome, ma avevano già giocato tirando o prendendo al volo, quindi dovevano scegliere quale giocattolo era usato per quale gioco», racconta Fugazza. «Questo è avvenuto in un contesto naturale, senza addestramento intensivo, solo proprietari che giocavano per una settimana con i loro cani. È un tipo di interazione naturale».

Gli autori dello studio sottolineano come la capacità dei cani di associare le etichette verbali agli oggetti basandosi sulle funzioni, piuttosto che sulle caratteristiche fisiche, suggerisca che essi costruiscano una rappresentazione mentale degli oggetti fondata sull’esperienza e sulla funzione, che possono poi richiamare alla memoria.

Questi risultati offrono spunti interessanti sull’evoluzione delle abilità di base legate al linguaggio e al loro legame con altre capacità cognitive, come la memoria.

«Serve ancora molta ricerca per comprendere l’estensione e la flessibilità delle capacità di categorizzazione linguistica nei cani», osservano i ricercatori. Propongono inoltre studi futuri per capire se anche i cani che non apprendono etichette verbali siano comunque in grado di classificare oggetti in base alla loro funzione.

«Abbiamo dimostrato che i cani apprendono rapidamente le etichette degli oggetti e le ricordano per lunghi periodi, anche senza ripetere il processo», conclude Fugazza. «E credo che il modo in cui estendono le etichette oltre le somiglianze visive dia un’idea dell’ampiezza del significato che queste etichette possono avere per loro».

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