Fino a circa vent’anni fa, si credeva che la filariosi cardiopolmonare colpisse esclusivamente i cani, escludendo completamente i gatti. Tuttavia, studi e ricerche condotti negli ultimi due decenni hanno dimostrato che anche i piccoli felini domestici possono essere a rischio. È quindi fondamentale conoscere i modi più efficaci per proteggere i gatti da questa malattia.
Origini comuni
La filariosi felina è causata dallo stesso nematode, Dirofilaria immitis, responsabile della filariosi cardiopolmonare nel cane. Tuttavia, nel gatto il parassita provoca una patologia leggermente diversa. Questo perché il felino non rappresenta l’ospite ideale per il verme, la cui forma larvale viene sempre trasmessa dalle zanzare. In pratica, il gatto è un “ospite atipico”: raramente più di quattro parassiti raggiungono lo stadio adulto, e nella maggior parte dei casi non arrivano mai a maturazione.
Proprio questa particolarità rende la filariosi felina spesso sottodiagnosticata. Nei gatti che ospitano filarie adulte, lo sviluppo del parassita è più lento rispetto al cane e la sua vita si limita a 2-4 anni, mentre nel cane può arrivare anche a 7-8 anni, spesso senza che l’ospite sopravviva per tutto questo periodo. Un’altra differenza riguarda le microfilarie, le larve trasmesse dalle zanzare: il gatto è molto più resistente alla loro presenza, e per questo il loro numero rimane generalmente molto basso.
I rischi maggiori
Nonostante queste differenze, la filariosi felina resta una malattia seria. I parassiti adulti si localizzano nel cuore, nei polmoni e nelle arterie polmonari, compromettendone progressivamente la funzionalità. La situazione è particolarmente delicata perché attualmente non esistono farmaci approvati specificamente per curare la filariosi nei gatti.
Alcuni trattamenti possono eliminare i parassiti, ma la loro somministrazione comporta rischi significativi: la morte dei vermi può produrre frammenti che provocano tromboembolie potenzialmente fatali. Per questo motivo, la decisione su come procedere spetta sempre al veterinario, che valuterà se intervenire attivamente o permettere al gatto di smaltire naturalmente i residui parassitari, riducendo al minimo i rischi.

Terapie consigliate
Quanto abbiamo descritto riguarda soprattutto i gatti che non mostrano sintomi evidenti. Nel caso in cui invece compaiano segni clinici, è fondamentale rivolgersi tempestivamente al veterinario. Nella maggior parte dei casi, il trattamento è di tipo sintomatico: vengono somministrati cortisonici per ridurre l’infiammazione e, se il gatto presenta difficoltà respiratorie, può essere necessaria l’ossigenoterapia, mentre si attende la possibile risoluzione spontanea della parassitosi.
Alcuni segnali devono mettere in allerta i proprietari: tosse persistente, letargia con intolleranza all’attività fisica, perdita di appetito accompagnata da dimagrimento, difficoltà respiratoria che può manifestarsi anche a bocca aperta e, non raramente, episodi di vomito.
Prevenzione
La strategia più efficace per proteggere i gatti da questa malattia insidiosa è la prevenzione. Come accade per i cani, è fondamentale sottoporre il micio a controlli annuali tramite test anticorpali e antigenici, così da verificare se sia portatore di microfilarie o macrofilarie.
Se i risultati risultano negativi, si può procedere con la profilassi, che non prevede un vaccino, ma l’uso di farmaci in grado di eliminare le microfilarie prima che possano svilupparsi in vermi adulti. La somministrazione è mensile e va mantenuta per tutta la stagione calda, periodo in cui le zanzare sono più attive.
Oggi esistono diversi prodotti sicuri ed efficaci, pensati appositamente per i gatti, che consentono di prevenire la filariosi. Come per molte altre malattie, la prevenzione resta di gran lunga più semplice e sicura rispetto alla cura una volta che l’infezione si è instaurata.
Fonte: Argos, veterinaria Monica Perego