Riduzione della biodiversità: una minaccia anche per noi


Foto a cura di Alexas_Fotos via Pixabay

La pandemia COVID-19 è una chiara manifestazione del nostro rapporto con la natura, ormai spezzato, ed evidenzia la profonda interconnessione tra la salute della popolazione umana e il pianeta. È tempo di rispondere all’SOS della natura, non solo per assicurare la straordinaria biodiversità che amiamo e con la quale abbiamo il dovere morale di convivere, ma anche perché ignorare questo segnale mette in gioco il futuro di quasi 8 miliardi di persone.

Con queste parole si apre il Living Planet Report 2020, lanciato dal WWF e dalla Zoological Society of London il 10 settembre 2020. I dati emersi da tale analisi, che ha coinvolto oltre 125 esperti in tutto il mondo, i quali si sono occupati di monitorare la fauna selvatica, sono preoccupanti: negli ultimi 50 anni (dal 1970 al 2016), il 68% delle specie delle popolazioni monitorate di mammiferi, uccelli, anfibi, rettili e pesci è andato perduto. Su scala globale, si tratta di oltre i due terzi delle specie vertebrate che popolano il nostro pianeta.

Una curva discendente preoccupante, la cui responsabilità grava sulle spalle dell’uomo. Le cause di questa pericolosa riduzione della biodiversità, infatti, sono la caccia illegale e, soprattutto, il deperimento degli habitat (di cui è responsabile, per esempio, la deforestazione). Sono moltissime le specie a rischio: come il gorilla di pianura orientale, la cui popolazione nel Parco Nazionale Kahuzi-Biega della Repubblica Democratica del Congo ha visto una riduzione dell’87%, principalmente a causa della caccia illegale. O come il pappagallo cenerino in Ghana sud-occidentale, il cui numero è sceso addirittura del 99% tra il 1992 e il 2014, per via delle trappole utilizzate per il commercio illegale.

La riduzione della biodiversità coinvolge molte altre specie, come orsi, pesci (come lo storione cinese) e tartarughe. Tutte creature fondamentali per gli ecosistemi nei quali vive l’essere umano. Come ha affermato Marco Lambertini, Direttore Generale del WWF Internazionale:

Non possiamo ignorare questi segnali: il grave calo delle popolazioni di specie selvatiche ci indica che la natura si sta deteriorando e che il nostro pianeta ci lancia segnali di allarme rosso sul funzionamento dei sistemi naturali. Dai pesci degli oceani e dei fiumi alle api, fondamentali per la nostra produzione agricola, il declino della fauna selvatica influisce direttamente sulla nutrizione, sulla sicurezza alimentare e sui mezzi di sussistenza di miliardi di persone.

Foto a cura di Foto-Rabe via Pixabay

Oltre alla caccia illegale, il degrado degli habitat è la principale causa di questa preoccupante riduzione della biodiversità. Basti pensare che, ad oggi, più dell’85% delle zone umide è andato perduto; che praticamente tutti i mari e gli oceani del nostro pianeta sono inquinati; che nel solo mese di giugno 2020, in Amazzonia si sono registrati 2.248 incendi (quasi il 20% in più rispetto a giugno dello scorso anno). L’approccio dell’umanità alla Terra, basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse, sta mettendo la natura a dura prova. A farne le spese, però, non sono solo gli animali che scompaiono, ma anche noi esseri umani.

La continua riduzione della biodiversità, infatti, avrà un impatto devastante sugli otto miliardi di persone che abitano il globo. Esso infatti non permetterà il raggiungimento della maggior parte degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, che puntano a garantire la sicurezza alimentare e a ridurre la povertà. Di questo passo, insomma, una fetta sempre più rilevante di popolazione globale non avrà accesso alle risorse fondamentali, come l’energia o perfino l’acqua. Anche il costo economico della riduzione della biodiversità non è irrilevante: secondo l’analisi del Living Planet Report 2020, costerà al mondo almeno 479 miliardi di dollari all’anno.

Ma la conseguenza che forse ci colpisce maggiormente, soprattutto dopo il periodo di lockdown, riguarda l’impatto che la riduzione della biodiversità avrà sulla salute degli esseri umani. Il rapporto del WWF, infatti, mette in luce la stretta correlazione tra il declino di innumerevoli specie vertebrate già citate e lo scoppio di nuove pandemie: Ebola, AIDS, SARS, influenza aviara, influenza suina e il nuovo coronavirus SARS-CoV-2 (COVID-19)… non si tratta di catastrofi casuali, ma della conseguenza del nostro impatto sugli ecosistemi.

Tutti gli ecosistemi naturali, infatti, svolgono una funzione fondamentale: quella di regolare la trasmissione e la diffusione di moltissime malattie infettive. Così facendo, preservano la vita, inclusa quella della nostra specie. Tuttavia, nonostante le notevoli capacità di autoregolazione degli ecosistemi (in grado di adattarsi anche a stress elevati), la riduzione della biodiversità ne riduce la complessità. Più specie scompaiono, minore sarà la capacità degli ecosistemi di riprendersi. E minore sarà la capacità di regolare la trasmissione di malattie infettive. 

Perciò, di fronte alla nuova pandemia di COVID-19, non possiamo fare a meno di chiederci… quanto ha influito sul suo scoppio la riduzione della biodiversità? Anche se ad oggi le cause del virus sono sconosciute, non si può minimizzare il ruolo avuto dall’impatto negativo dell’uomo sull’ambiente circostante.

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